Memoria. M5S: "Riscriviamo la storia del Risorgimento"

“Si trattò di una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”.

Gramsci, con queste parole, figura tra i primi grandi personaggi storici ad esporsi pubblicamente in merito a una questione sottaciuta dalla storiografia ufficiale. Ma non fu l’unico, certamente: numerosi sono gli studi di scrittori, politici, artisti e letterati del calibro di Sciascia, Zitara, Dorso, De Crescenzo, Aprile, Patruno, Del Boca, Squitieri, Golia, Montanelli, Ciano, Di Fiore, Scalfari, Einaudi, Manna, Fortunato, Forgione, Salvemini, Nitti e come confermato dai dossier della Svimez e della Banca d’Italia, nonché da docenti dell’Università di Bruxelles, del Connecticut, della Federico II, di Catanzaro e del CNR. Di cosa stiamo parlando? Di come nacque l’unità d’Italia, nel 1861. Il totale delle monete degli stati italiani era, al momento dell’annessione, di 668 milioni di lire, di cui ben 443 appartenenti al Sud, come sottolineò il grande Francesco Saverio Nitti gettando dei dubbi in merito agli ideali reali che spinsero a quella sanguinosa guerra, qui al sud, che costò la vita a migliaia di meridionali. Secondo Indro Montanelli: “la guerra contro il brigantaggio costò più morti di tutti quelli del Risorgimento. Abbiamo sempre vissuto di falsi miti: il falso del risorgimento che assomiglia ben poco a quello che ci fanno studiare a scuola”. Insomma, una posizione bipartisan. Beppe Grillo è stato il primo grande esponente politico contemporaneo a portare nelle piazze questi temi così importanti: “la vostra rovina, popolo meridionale, ha una data ben precisa: il 1861. Vittorio Emanuele si portò via la cassa del vostro ricchissimo Regno e sterminò l’inerme popolazione civile, infamata col marchio di briganti”, tuonò recentemente in un famoso comizio svoltosi a Napoli. Dal 1863 la legge Pica abolì i diritti costituzionali nelle regioni meridionali portando all'istituzione di un governo militare; i tribunali militari soppiantarono quelli civili e la legge marziale fu legge per tutti. Sul finire del 1870 nel Sud continentale si contavano non meno di 20.000 persone uccise tra briganti e civili (Franco Molfese, “Storia del brigantaggio dopo l'Unità”, Feltrinelli) sebbene altri storici annoverano finanche 400.000 trucidati. Di cifre altrettanto consistenti  (almeno 140-150 mila) discorrono G. Bruno Guerri e C. Duggan, mentre i padri della nostra demografia, P. Maestri e C. Correnti, subito dopo il censimento del 1861, scoprirono che al Sud la popolazione, invece di continuare a crescere, come s'innalza 1860, in un solo anno era diminuita di 120mila unità . E recentemente, la Svimez ha dimostrato che altrettanto accadde nel 1867, specie in Sicilia. Il fenomeno del brigantaggio ebbe tale intensità e ragioni che l'autorevole storico statunitense John Davis parla di “una vera e propria guerra civile scoppiata nelle province meridionali e che il nuovo Stato tentò di mascherare col termine brigantaggio". Inizialmente i generali savoiardi credettero di poter contenere la rivolta mediante l'impiego di 57 battaglioni per un totale di circa 20.000 soldati; ben presto la misura si rivelò insufficiente e nel luglio '61 furono stanziati un totale di 50.000 soldati che nei due anni successivi salirono a 105.209. Altro che i famosi 1000. Il generale Cialdini diede ordine di procedere allo sterminio sia delle bande che delle popolazioni sospettate di fornire loro aiuto. Agghiaccianti sono le epistole del parlamentare italiano e generale garibaldino Nino Bixio: "non basta uccidere il nemico (meridionale), bisogna straziarlo, bruciarlo vivo a fuoco lento; è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Africa a farsi civili". Davanti allo scempio perpetrato ai danni delle popolazioni meridionali persino Garibaldi desiderò esprimere la sua preoccupazione in una missiva diretta ad Adelaide Cairoli in cui così scriveva: "gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non rifarei oggi la via dell'Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice”. Alla luce di questa pagina buia della storia del Mezzogiorno, abbiamo ritenuto doveroso da parte nostra cercare di “illuminare il buio della caverna storiografica che ha messo un cappio alla gola di molte verità storiche taciute per paura istituzionale” come sostenuto ieri dal Senatore Sergio Puglia (M5S) in uno storico intervento al Senato. Dalla Regione Campania, dunque, abbiamo deciso di dare una scossa e depositare una mozione per ricordare “i martiri meridionali dimenticati del risorgimento”. La mozione è partita dalla Campania ed è approdata in Puglia, Molise, Basilicata, Abruzzo e presto anche in Sicilia. Abbiamo suggerito il giorno 13 febbraio quale giornata del ricordo. La data vuole condurre alla riflessione e all’approfondimento in sede scolastica e istituzionale sugli aspetti maggiormente controversi del Risorgimento, teatro di tristi rappresaglie sull’inerme popolazione civile da parte dell'esercito sabaudo impegnato nelle operazioni di contrasto alla resistenza meridionale. “come si può costruire il futuro se non si conosce il passato? Un passato neanche troppo lontano. È fondamentale ricordare i martiri che difendevano la propria terra dall'invasione e passati alla storia con l'infamante marchio di briganti. Ci hanno trattato come i nazisti fecero a Marzabotto, peggio dei prigionieri di Guantanamo. Sindaco de Magistris quanto prima dobbiamo costruire una commissione di studio ad hoc, aldilà dei colori politici. Per amore della nostra terra, dei nostri martiri, dei paesi rasi al suolo come Gaeta. Gramsci e Montanelli sono solo alcuni dei letterati che hanno affrontato queste tematiche: ora tocca a noi istituzioni” ha tuonato Francesca Menna al Consiglio Comunale di Napoli, richiedendo urgentemente una commissione di studio. Sergio Puglia, analogamente, sta spingendo per la medesima richiesta al Senato della Repubblica. Ieri, rivolgendosi al vicepresidente del Senato ha citato un frammento del libro Terroni “Io non sapevo che durante l’annessione fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. E cancellarono per sempre molti paesi (come Gaeta, Casalduni, Auletta, Pontelandolfo) in operazioni anti-terrorismo, come i marines in Iraq. Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico. Ignoravo che i conquistadores ebbero diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma. Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni in massa”. Il Movimento 5 stelle, certo non vuole mettere in discussione i valori della Repubblica. Richiede solamente che venga gettata luce su questa pagina storica che annaspa a trovare spazio sui libri scolastici. Per paura probabilmente. Ma come si crea un futuro, se le radici ab initio sono fragili? Chi non conosce non può deliberare; auspichiamo che tramite la verità storica possa ripristinarsi la dignità di un popolo, infangata spesso dai media e scrittori – anche nostrani - in cerca di audience, pronti a gettare fango sul meridione. Ci facciamo portavoce di battaglie poste in essere da molteplici associazioni e realtà territoriali che da decenni lottano con onore per ottenere il nostro stesso fine: la verità. Ora però passiamo la palla al Sindaco di Napoli Luigi de Magistris, al Presidente del Senato e alle maggioranze dei Consigli Regionali del Sud: istituite la commissione richiesta e date retta alle nostre mozioni, aldilà dei colori politici. A breve seguirà un nostro grande convegno. Questi temi devono essere scevri dal personalismo, se uniti vogliamo far emozionare i nostri figli quando all’estero diranno di essere meridionali. 

Di Maria Muscarà


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